LO STUPORE DEL NATALE CONTINUA

Dice Gesù:

I miei occhi sono come un lago ove s’addormenta il tramonto,

e i miei capelli sono più dolci del pelo degli animali.

Possiate voi singhiozzando reclinare le vostre teste

E io vi cullerò sul mio cuore, come Giovanni.

 

E si mette nudo tra le nostre braccia, questo fragile bambino. Chiede. Ci fa sapere che ha bisogno di noi, che la sua debole mano cerca come può il nostro cuore. Si direbbe che abbia dimenticato di essere Dio, e che solo dalle nostre labbra voglia farselo dire. C’è un Dio tra le braccia della sua creatura. Ed io, uomo, io sostengo Dio. (Paul Claudel)

Questa liturgia che celebra la nascita del Salvatore nella notte del mondo, vede protagonisti i nostri occhi. Il Natale come un incrociarsi di sguardi. Ebbene, che cosa leggiamo in questa carne, piccola, tenera, indifesa carne di un neonato, uscita dai nove mesi? Che cosa vediamo in questa carne abitata dalla luce? Vediamo - scusate l'espressione - vediamo gli occhi di Dio, lo sguardo di Dio. Ci sentiamo guardati. E non è poca cosa: essere guardati. È come sentirsi strappati alla solitudine e dall'insignificanza. Infatti, "nessuno che si accorga di te", "nessuno che ti guardi", è una delle esperienze più amare, vicina all'altra dello "sguardo che ti incenerisce", "guardato dall'alto in basso". La gloria di Dio riposa in una mangiatoia e ti senti guardato da Dio, ti senti guardato dalla benevolenza.

(don Angelo Casati)

Come sarebbe bello e consolante reclinare, piangendo, le nostre teste sul cuore di Gesù. E Lui, che ci culla sul suo cuore. Gesù sa come si consola. Dio conosce i nostri dolori e i segreti che nessun altro riesce a portare. Gesù è venuto perché, piccolo e insignificante, irradiasse su di noi la sua tenera amorevolezza. Proprio come una mamma che offre il suo petto come cuscino al figlio e in quel luogo di amore e in quel gesto di dolcezza lo rasserena e gli dà la gioia e la pace.

Gesù vuole anche che siamo noi a prenderlo nudo tra le nostre braccia, come un bambino fragile. Ha bisogno di noi. La sua debole mano cerca il nostro cuore e il suo calore. Dio, il Bambino, ha bisogno, anche Lui, del nostro amore e della nostra tenerezza. La meraviglia di questa necessità ci commuove e ci aiuta a comprendere come il nostro Dio-Bambino condivide con noi tutto. Anche il bisogno di contare ai nostri occhi, il bisogno di essere accarezzato dalle nostre mani, di essere baciato dalle nostre labbra.

Tra noi e Lui, è un rincorrersi di sguardi. In Gesù Bambino vediamo gli occhi di Dio, lo sguardo di Dio. Ci sentiamo guardati. Se ci penso non provo più paura per nulla. Se ci penso riesco a vedere un’opportunità anche nella prova. Se ci penso riesco a vedere anche in mio figlio con difficoltà, il capolavoro dell’amore. D’altra parte che tesoro è per una madre, il proprio figlio? Le nostre valutazione sono rozze. Quelle del cuore di una madre e di un padre amorosi sono sublimi. Tanti sguardi ci feriscono, ci inceneriscono, ci giudicano. Anche senza motivo. Io mi sento guardato da Dio, mi sento guardato dalla benevolenza.

Don Mario Simula

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