Io sono un pozzo un mistero

come  te

 

Benvenute le donne!

Voi siete nel mondo “un pozzo”: l’acqua che garantisce la vita. L’acqua profonda e fresca. Per usufruirne bisogna attingerla. Avvicinarsi con rispetto e cura.

Voi siete “un mistero” fin dalle origini. Un mistero che include tutti gli altri. Il mistero che siete voi ha tanti nomi: amore, vicinanza, dono, dedizione, fatica, condivisione. Tutto questo condividete con l’uomo. Parlando di voi si parla di uomini, di bambini, di ragazzi che crescono, di giovani che vogliono entrare nella vita.

Per un certo tempo entreremo nel mondo segreto della vostra vita e lo faremo non ricorrendo alla cronaca, sempre uguale e monotona, ma visitando tante figure di donne che la Bibbia ci fa incontrare.

Scandagliando il loro cuore penso che troveremo i loro uomini, i loro figli e soprattutto Dio, meraviglioso e sempre originale nelle sue scelte. Camminiamo insieme come abbiamo fatto fino a questo momento sapendo che Dio non ci delude mai!

Don Mario Simula

Dal libro di Geremia. Capitolo 1

Mi fu rivolta la parola del Signore:

«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo,
prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni».
Risposi: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare,
perché sono giovane».

Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane,
ma và da coloro a cui ti manderò

e annunzia ciò che io ti ordinerò.
Non temerli,
perché io sono con te per proteggerti».

Oracolo del Signore.
Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca
e il Signore mi disse:
«Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca”.

Prima che mia madre mi concepisse, Dio mi conosceva. Da quel momento non è avvenuto nulla che Lui non lo abbia voluto con amore. Non potevo sapere cosa sarebbe avvenuto di me. La mia vita era tutta davanti ai miei occhi e lontana. Giorno dopo giorno si dipanava come un filo dalla matassa.

Mia madre era la maestra quotidiana. Non sapeva fare lezioni scolastiche. Era senza scuole grandi. Sapeva soltanto insegnare la vita. Lo faceva con grande maestria e semplicità. Non ricordo che una sola volta si sia data l’aria di una donna che volesse imporre i suoi pensieri e le sue idee. Parlava con l’esempio. Era l’unico linguaggio che conosceva e che sapeva manipolare con sicurezza. Le veniva spontaneo. Non doveva mai atteggiarsi. Tutto quello che faceva corrispondeva a quello che lei era.

Come ogni mamma sapeva tenermi a casa volentieri. Attorno al medesimo tavolo al quale si sedevano miei fratelli e mie sorelle.

Io, piuttosto, ero vivo. Non potevo fare a meno di tuffarmi nella polvere della mia strada e perdermi nei giochi più impensati con i miei amici. Il giro d’Italia con i tappi delle bottiglie, lungo percorsi disegnati dai nostri esperti: in salita e in discesa. Correvamo come matti spingendo con un filo di ferro sufficientemente robusto, le ruote con i raggi ma senza gomme. Le trottole erano la nostra passione. Come lo erano i giochi tra bande di amici. Ci schieravamo da una parte e dall’altra del confine e iniziavano le nostre battaglie.

Ricordo che ero così normale, da essere proprio normale. Soltanto la maestra riusciva a scorgere un po’ di intelligenza nella mia testa. Fino a farmi diventare bravo. Non troppo, s’intende!

A undici anni, mentre la mia vita era piena di giochi, di libertà all’aria aperta, di caccia ai nidi, di arrampicate sugli alberi, dico a mia mamma: “Ho pensato di andare in seminario!”. Mia mamma era una donna di fede. Eppure rimase sconcertata. Da quel figlio, un prete? Non riusciva a crederci.

Eppure avvenne proprio così. Andai in seminario. Soffrii da morire: per il distacco, per la disciplina, per il silenzio ferreo, per l’orario da collegio. Piansi fino a stancarmi. Fu per mancanza di lacrime che smisi di piangere. E mi abituai a quella vita. Sì, mi abituai. Non l’amavo, ancora. Corsi anche il rischio di essere rimandato a casa. Perché ero monello? No. Soltanto perché pensavo. Pensavo con la mia testa. E dicevo quello che pensavo. Pensate che delitto. Siccome un delitto non era, anche coloro che mi educavano impararono ad accettarmi così. In fondo, non ero proprio da buttare. Un po’ di stoffa c’era perché diventassi un ragazzo a modo. Anche se sempre un tantino ribelle.

Però di chiamata da parte di Dio non ne sentivo proprio. Non sapevo come Lui si faceva sentire. Non ne conoscevo la voce. Pregavo come tutti. Le preghiere di sempre. Ce n’era una che un po’ mi terrorizzava. La facevamo insieme all’inizio di ogni mese dopo una giornata noiosissima e faticosissima di riflessione. Aveva questo titolo: “Apparecchio alla buona morte!”. Ad un ragazzo che si affacciava alla vita? Anno dopo anno, digerii anche quella preghiera, ne avrei desiderato qualche altra più affettuosa e consolante.

Il salto nel buio avvenne a diciassette anni. Incontrai una guida che mi seppe aiutare a guardare la vita con maggiore gioia, a credere nelle mie qualità, ad impegnarmi in tutto, anche in quello che non era obbligatorio. Ogni cosa, ogni iniziativa, ogni impegno suscitavano il mio interesse.

Padre Vittorio mi aiutò a scoprire tutto di me e rendermi conto che ogni dono di Dio era bello e meraviglioso. Crebbi alla luce di questa visione positiva della vita.

Imparai, soprattutto a conoscere Gesù. Leggevo il Vangelo con trasporto ed entusiasmo. Trascorrevo ore a rifletterci. Mi raccoglievo in una capellina raccolta e buia e parlavamo di tutto. A lungo. Nel silenzio più totale. Non pauroso, ma dolce.

Giorno dopo giorno diventammo veramente amici. Ci davamo un appuntamento fisso.

In quel colloquio costante e felice, imparai chi è veramente Gesù. Mi accorsi che Lui mi chiedeva di più. Che voleva catturare tutto il mio amore da donare agli altri. Pensavo anche alle ragazze. Ricordavo le amiche di scuola, quelle più carine della parrocchia, quelle che, tra ragazzi, ci contendevamo per poter far breccia nel loro cuore.

Eppure Gesù riusciva ad avere dentro di me lo spazio più grande, quello privilegiato.

Un vero tirocinio dell’amore. Fu un colloquio memorabile con padre Vittorio quello nel quale, con molta semplicità, gli dissi: “Ho deciso. Seguirò Gesù. Starò con Lui, seguirò le sue orme. Farò quello che Lui mi chiederà”.

Mentre mi sembrava tutto chiaro, mi capitò di avere dei dubbi tremendi: “Ci riuscirò? E’ proprio la mia strada?”.

“Ahimè, Signore, non so parlare, perché sono giovane!”. Sarei anche tornato sui miei passi. Un combattimento lungo e difficile.

Ma Gesù: “Non dire: Sono giovane, ma và da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti”.

E continuai la mia strada, per andare da quelli ai quali Lui mi mandava. Senza paura. Certo che Lui mi avrebbe protetto.

Ricordavo le parole che la mia guida mi ripeteva spesso: “Ricordati che puoi tutto in Colui che ti dà la forza! E poi, ormai sai di chi ti fidi. Quindi?”.

Gesù stese la mano, mi toccò la bocca
e mi disse:
“Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca”.

Quel tocco come una carezza. Quel tocco come un fuoco. Una carezza per dare conforto. Un fuoco per incendiare la testimonianza data con le parole e con la vita.

Fu proprio quel passaggio di Dio nella mia esistenza a farmi decidere. A ventitré anni appena compiuti diventai prete. Avevo ragione di dire: “Sono giovane!”. Non mi mancava, però, la gioia, il sorriso, l’infaticabile voglia di andare, di portare la mia vita, ormai intrisa della presenza di Gesù.

Sempre amico. Sempre l’amico. Quello affidabile in ogni occasione, davanti a ogni difficoltà. Iniziò per me un tempo senza soste. Una stagione senza smarrimenti. Con qualche difficoltà. Ma sempre fedele  all’amore che avevo scoperto. Non mi stancai più di parlare di Gesù, di raccontarlo a tutti, nelle più diverse occasioni. A modo mio. Con la franchezza più coraggiosa che riuscivo a trovare dentro di me.

Ho incontrato centinaia e centinaia di adolescenti. Infinite schiere di ragazzi. Genitori. Donne alla ricerca di Dio e alla ricerca di un amore perduto. Uomini sconvolgenti nelle loro crisi.

L’umanità ha attraversato la mia vita come una spada inesorabile, ma anche come un abbraccio tenerissimo.

Ho girato in lungo e in largo l’Italia, per il servizio che rendevo e ho trovato mondi diversi, esperienze nuove. In tutti, però, vedevo lo stesso Gesù che lavorava con la sua arte ineguagliabile per costruire cuori grandi e generosi.

Non mi sono mai pentito della scelta che ho fatto. Nei momenti di difficoltà mi sono detto: “Lascio tutto e vado in monastero. Nella solitudine più totale”. Capivo che stavo sragionando, perché tutti i volti, di ogni genere, dalle espressioni più sconcertanti e belle, mi passavano davanti alla memoria e al cuore.

In quel momento mi sono sempre detto: “Dove vuoi scappare? Il tuo mondo, la tua umanità è qui!”. Anche tutti voi che leggete e ascoltate siete la mia umanità. Come tutte le persone che ancora incontro condividendone  la vita.

 

 

Dio, che cosa hai visto in me che sebbene conoscessi i miei peccati ti ha fatto dire: ”Sei caro al mio cuore?”. E’ una domanda che mi ritorna sempre alla mente. Io non sono speciale, Signore Dio. Sono un piccolo essere pieno di limiti e di amore. Limiti e amore. Se non avessi amore sarei schiacciato dai limiti. Ma proprio perché amo mi accorgo che i difetti della mia vita sono sopportabili. Sono anche “originali”: sono soltanto miei. Come le qualità.

Quindi non ho mai avuto paura a pensare, anche da giovane, che dovevo essere fratello degli uomini nel momento stesso che volevo essere loro pastore-guida, loro padre e maestro. Sapevo di valere poco più di niente. Ma con te il mio valore cresceva a dismisura e diventava prezioso.

Dio, mi hai voluto bene aspettandomi sempre quando rallentavo il passo. Mi ha voluto bene incoraggiandomi sempre quando non riuscivo a fidarmi nemmeno di Te. Mi hai voluto bene mandandomi verso ogni altro che incontravo, anche se conoscevo tutte le mie incoerenze e le mie infedeltà.

Oggi, dopo tanti anni, capisco che sono stato sempre importante per te, un figlio amato, un discepolo privilegiato, un tuo familiare, un tuo pensiero costante. Per me ti sei preoccupato, rallegrato, compiaciuto. Per me hai sudato freddo ogni volta che ti domandavi: “Cosa farà oggi? Dove vuole andare oggi? Che cosa mi combina oggi?”. Alla fine posso dire che non ti ho fatto fare tutta questa brutta figura. Non sono stato mai il meglio. Ma sono stato sempre quello che potevo. Credo che sia stato questo a farti commuovere e a farmi amare da te.

Grazie, Dio. Se penso alla mia vita, grazie, Dio. Se penso ai miei peccati nei quali non sono mai naufragato, grazie, Dio. Se penso a tutti i volti, grazie, Dio. Se penso a mia madre, grazie, Dio. Ma anche mio padre mi fa dire, grazie, Dio. E tutta la mia famiglia: una palestra di allenamento eccezionale, unica. Grazie, Dio.

La parrocchia dei giovani ormai cresciuti, degli anziani amabili e belli, degli adulti pieni di problemi, delle persone che ancora

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