Don Mario Simula

Don Mario Simula

" Sono prete.

La grazia di esserlo è solo dono di Dio. Lo dico perché il Signore mi ha preso “come sono” e mi ha affidato un compito delicato e speciale, nonostante  conoscesse i limiti e le povertà che mi “vestono” da sempre. Segno evidente che Lui non si preoccupa più di tanto. E non mi meraviglia. Se ho le labbra impure, è pronto il fuoco che le purifica, bruciandole. Se non so parlare, è Lui che mette sulla mia bocca le parole giuste, incoraggiandomi a non avere paura. Se il mio cuore si chiude, duro e impenetrabile, sa Lui come fare per cambiarlo con un cuore di carne. Di che cosa devo avere paura? Che io sia prete, è anche e soprattutto “affare suo”. Anche mio, certamente. Perché non mi sento come “un asino e un mulo senza intelletto”. Qualche dono riesco a ritrovarlo in me. Se ci penso, concludo che “anche il dono è un dono”. E ritorno immancabilmente a Dio “datore di ogni dono”. ...Continua...

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XIV DOMENICA
DEL TEMPO ORDINARIO

"Gli abiti da lavoro del credente"
Isaia 66, 10-14c; Salmo 65/66; Galati 6, 14-18; Luca 10, 1-12.17-20

Non aspettarti cose speciali. Il credente, discepolo del Signore, vive per le strade, vive nelle case, vive dentro la storia di tutti i giorni e nella storia dell’umanità.

I suoi testi per vivere una vita saggia e fruttuosa sono la Bibbia e il Giornale.

La diversità che lo contraddistingue, ciò che fa la “differenza cristiana”, scaturisce dal cuore e si manifesta negli atteggiamenti semplici di ogni giorno. Alla base di tutto c’è la mentalità diversa che scaturisce dal modo di pensare di Dio: quello che la Scrittura ci rivela.

E’ un giorno qualsiasi quello di oggi. Uguale ai trecentosessantacinque di tutto l’anno. Eppure è giorno speciale perché è “giorno di Dio”.

E’ un giorno anonimo che non sembra dare colori e sapore alla vita, alle relazioni con gli altri, all’esperienza di coppia, agli atti di amore o di fatica che si consumano dietro i portoni delle nostre case. Eppure è un giorno prezioso. E’ un giorno di Dio.

In un giorno così, semplice e feriale, Gesù manda settantadue discepoli a due a due, perché vadano nelle case ad “annunciare la venuta del Regno di Dio”.

Non devono fare nulla di strano. Devono essere soltanto testimoni con la parola e con la vita. Quindi semplici. Capaci di accontentarsi di quanto viene loro offerto per mangiare. Attenti ad accogliere bisogni

e prove e rispondere aiutando, prendendosi cura, condividendo l’abbondanza e la povertà. Ed essi obbediscono. Non sono specialisti in pastorale. Conoscono soltanto molto bene il Maestro. Sanno annunciarlo. Sanno portarlo. Sanno anche passare oltre se non trovano accoglienza.

Al ritorno sono, comunque felici di quanto hanno seminato e di quanto hanno raccolto.

In questo rapporto essenziale, innestato nella tragedia umana di tutti, fatta di dolore e di gioia consiste il loro apostolato.

Forse anche noi dobbiamo capire che cosa significhi annunciare Gesù. Non è ostentazione di esteriorità, non è apparenza e successo, non imbandire una celebrazione stracarica di distrazioni.

E’ camminare senza sacca né denari, senza garanzie. Da poveri che portano con sé un solo tesoro: Gesù e il Regno che annuncia e che ci chiede di annunciare.

“Lavoratori della vigna”. “Servi inutili” ma sempre docili.

Se avviene tutto in questo modo, diventiamo contemplativi lungo le strade, anche se abbiamo la tuta di operai o i pantaloni di tutti i giorni da manovali o il grembiule sporco di sugo delle madri e delle casalinghe. Scopriamo ogni giorno che la fatica più grande e talora deludente è confortata dalla bontà materna di Dio che ci allatta al suo petto, donandoci tutte le delizie, prendendoci sulle ginocchia per accarezzarci.

Non dimentichiamolo mai: Dio non è un “datore di lavoro che ci sfrutta”. E’ un padre che ci ama e nell’amore ci aiuta a comprendere tutti i segreti della sua tenerezza.

La vita ci segna inevitabilmente “con le stigmate”. Quella croce, tuttavia, rimane il nostro vanto e la nostra gloria.

Non è sapienza della croce, non è amore di Dio, non è somiglianza con Gesù schivare ostinatamente ogni fatica e ogni traccia di dolore dalla nostra vita.

Capisco molto bene che io non sono un manager che pensa al denaro, alla sicurezza, alla sistemazione.

Io sono soltanto uno ”che cammina” alla sequela di Gesù sapendo che spesso Lui non ha un pane per sfamarsi, un cuscino sul quale appoggiare il capo, un materasso, anche semplice, per riposare le membra.

Gesù è in quelle stigmate e in quella croce.

Ogni suo discepolo, vestito da persona semplice e povera, è un credente umile che sa bussare alle porte con umiltà. Vuole portare la voce del Maestro, l’Amore del Maestro, la sua povertà, la sua parola di vita.

La nostra grande riuscita nella fede è soltanto questa: che un fratello e una sorella incontrandoci mentre viviamo nella loro stessa condizione di vita scarna, possa dire di noi che crediamo in Gesù, che portiamo Lui, che il nostro volto riflette il Suo volto.

Tutto il resto è vana e sciocca presunzione. E’ disorientamento. E’ dimenticanza di Gesù per sostituirlo con la nostra “non amabile” persona.

 

Gesù, non ho mai pensato con vera convinzione che il mio lusso, le mie parole altisonanti, il mio incenso odoroso e trionfante fossero la carta di identità della mia fede.

Oggi più che mai comprendo che sono un discepolo povero del tuo amore. Un discepolo inviato a tutti. Capace di chiedere di entrare con atteggiamento dimesso, ma anche pronto a non rimanere mortificato se la risposta diventa un rifiuto.

Ciò che veramente ha peso nella nostra vita di credenti è essere come gli altri nella vita di tutti i giorni. Diversi soltanto nello stile di vita appreso da Te con fedeltà e vissuto assieme a te con perseveranza e fiducia.

Gesù, non ho mai riflettuto con altrettanta attenzione sulle parole di Paolo “nessuno mi procuri fastidi”. Non vogliono dire: “Nessuno mi scocci”.

Paolo le pronuncia implorando benevolenza nei suoi confronti: desidera vivere con amore estasiato e doloroso “le stigmate che porta nel suo corpo”.

Gesù, se avessi le stigmate della pazienza, quelle della dolcezza, quelle dell’umiltà, quelle della tenerezza, potrei anch’io dire: “Di nient’altro mi vanto se non della croce di Gesù”. E quando vado nel mondo, con gli abiti dimessi di ogni giorno, essere immagine di Te. Gesù. Immagine credibile e affidabile. Immagine che non incute soggezione.

Gesù, aiutami a camminare lungo le strade come discepolo del mondo, come un discepolo dai piedi stanchi al quale tu riservi la meravigliosa lezione di semplicità di chi gli lava i piedi.

Don Mario Simula

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