Don Mario Simula

" Sono prete.

La grazia di esserlo è solo dono di Dio. Lo dico perché il Signore mi ha preso “come sono” e mi ha affidato un compito delicato e speciale, nonostante  conoscesse i limiti e le povertà che mi “vestono” da sempre. Segno evidente che Lui non si preoccupa più di tanto. E non mi meraviglia. Se ho le labbra impure, è pronto il fuoco che le purifica, bruciandole. Se non so parlare, è Lui che mette sulla mia bocca le parole giuste, incoraggiandomi a non avere paura. Se il mio cuore si chiude, duro e impenetrabile, sa Lui come fare per cambiarlo con un cuore di carne. Di che cosa devo avere paura? Che io sia prete, è anche e soprattutto “affare suo”. Anche mio, certamente. Perché non mi sento come “un asino e un mulo senza intelletto”. Qualche dono riesco a ritrovarlo in me. Se ci penso, concludo che “anche il dono è un dono”. E ritorno immancabilmente a Dio “datore di ogni dono”. ...Continua...

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Forse sembrerà strano, non tanto che a Natale si parli della famiglia, sarebbe  ed è nel contesto giusto, ma che ne parli commentando la parabola del buon samaritano, a Natale è proprio un’idea che può apparire originale. Voglio, invece, aiutare tutti, con questo piccolo sussidio, a contemplare la famiglia con tutti i suoi problemi.

Non dimentichiamolo mai: la famiglia è un dono, è una palestra di sentimenti e di valori,è lo spazio privilegiato per l’incontro e per il dialogo. Vivere questo, talvolta, è difficile.

La famiglia di Nazareth diventa il nostro modello e, in Giuseppe in Maria e soprattutto in Gesù, trova i samaritani che la amano, la soccorrono, la curano, la restituiscono alla bellezza.  La famiglia di Nazareth ci regala il silenzio, la relazione calda, la preghiera consapevole e gioiosa, la fatica di ogni giornata, la nobiltà del lavoro, l’ardua impresa dell’educazione. Ritrovarla nella nostra contemplazione significa trovare il più efficace unguento per la vita delle nostre famiglie.

Don Mario Simula

II DOMENICA

DEL TEMPO ORDINARIO ANNO-B

"Non voglio, non posso scappare"

1 Samuele 3, 3-19; Salmo 39; 1 Corinzi 6, 13-20; Giovanni 1, 35-42

Ognuno di noi conosce notti turbolente durante le quali non è il sonno a dettare il movimento delle ore interminabili, ma le domande che incalzano togliendo il sonno.

Si può arrivare un po’ avanti negli anni. Gli interrogativi cruciali continuano a bussare alla porta della nostra esistenza, martellano la testa. Vogliono trovare un varco per dirci che non passa giorno nel quale non si affacci Dio per chiamarci.

Chiamarci a vivere, a credere, a lottare, a dare senso alla vita, a vivere l’amore mai sopito.

Dio passa a qualsiasi ora del giorno e della notte, nella vita dei credenti e di chi lo nega, dei buoni e dei malvagi. Si affaccia per pronunciare il nostro nome, Lui che non smette mai di essere padre, Lui che non si stanca mai di dare i segnali efficaci perché ci scuotiamo dal sonno.

Samuele è un giovane adolescente. Dio, senza badare all’età, aspetta da lui una risposta. L’unica vera. La risposta che spiega il vivere, il respirare, le relazioni, le scelte.

“Parla, Signore! Il tuo servo ti ascolta”.

Da ragazzo, questo misterioso incontro è esistito anche per me. Aveva il sapore di un entusiasmo leggero, occasionale, vulnerabile. Da persona matura, l’incontro con Dio che chiama, è sempre una sorpresa. Talvolta un’incognita. Un dolore che ti fa sanguinare e piangere. Alla fine, sempre una gioia.

Non hai parlato con uno sconosciuto. Hai parlato con Dio.

E’ la stessa avventura dei due discepoli di Giovanni Battista che vogliono provare a mettersi sui passi di Gesù.

Le cose sono andate così. Giovanni predicava lungo il fiume Giordano.

Quando vede passare Gesù di Nazareth, lo indica con queste parole: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”.

Ancora una volta, una voce si mischia al nostro sangue, alla pelle, alle ossa, ai muscoli e tutto fa traballare e tutto mette in discussione e tutto rimescola perché l’acqua sia sempre limpida.

La domanda viene direttamente da Colui che viene “inseguito”. Lo si potrebbe perdere di vista.

Gesù misteriosamente attratto dai due che gli vanno dietro, si volta.

Tutti siamo consapevoli che Dio ci conosce fino in fondo. Quando meno ce lo aspettiamo, orienta lo sguardo intenso, dolce e pungente, del suo amore verso di noi.

Lo sentiamo come un eco che non si attenua.

Pensiamo a tutte le inquietudini scatenate dalla coscienza quando vorremmo mettere a tacere ciò che in noi è fuori strada. Pensiamo a tutti i rimpianti per il bene non fatto o fatto male. Pensiamo alle occasioni perdute e che potevano diventare momenti di dono e di gratitudine. Pensiamo agli amori sbagliati, a quelli possessivi, a quelli senza vita e senza amore. Pensiamo alle infinite opportunità di allacciare relazioni, di lanciare ponti, di stabilire dialoghi costruttivi e rigeneranti. Pensiamo ad ogni discriminazione gratuita, fondata su ragioni vuote e insostenibili. Pensiamo a tutte le rinunce alla libertà del cuore e della volontà, svendute a chi vive di “pancia”e di slogan, sempre capace di fare breccia nelle nostre teste e nelle nostre viscere.

Arriva la voce delle giornate insonni: “Che cosa cercate?”. Non è una provocazione. E’ un invito a svuotare il malessere che ci imprigiona, nel fuoco incontrollabile dell’amore di Gesù.

E’ questo amore che tiene molti lontani da Lui, perché ormai hanno perso il gusto delle sfide temerarie e stupende, per adagiarsi lungo le paludi senza sogni.

Gesù non è invadente. Non lo è nella vita di nessun uomo e di nessuna donna. Gesù è prospettiva. E’ presente costruttivo e creativo. E’ ieri come saggezza da apprendere. E’ oggi come vita da vivere. E’ domani come sguardo che punge il futuro, distillandone le promesse.

“Che cosa cercate?”.

La risposta dei due “inseguitori” temerari, ignari di chi sia e di che cosa possa combinare nella loro esistenza Colui che seguono, incalza con un’altra domanda, una fra le infinite che affollano il Vangelo, libro delle domande.

“Maestro, dove abiti?”.

La risposta del “Maestro”.

Nessun indirizzo. Nessun numero di cellulare. Nessun recapito e-mail.

Soltanto un invito a fare esperienza: “Venite e vedrete”.

Andarono e videro dove egli abitava e quel giorno rimasero con lui.

Erano circa le quattro del pomeriggio.

Un’ora precisa. Indelebile. Decisiva. L’ora della decisione.

Forse tutti noi conosciamo un’ora della svolta, della novità inattesa, della vita che inverte la rotta. Un’ora del fascino che significa andare dietro, seguire per sempre, nonostante gli azzoppamenti e le slogature.

In quell’ora si gioca la nostra esistenza e la nostra gioia. Quella che noi chiamiamo felicità.

Nessuno dica: “Ormai ho perso quell’ora”. Non vedete che Lui, Gesù di Nazareth è sempre in attesa? All’opera? Consumato dal desiderio della nostra risposta? Senza età, perché è di ogni età. Senza tempo, perché è di ogni tempo. Appartiene alla nostra vita.

Aggiungo (perché l’ho sperimentato): chi incontra Gesù non può nasconderlo in cassaforte. Sente il bisogno di gridarlo, di contagiarlo.

Le parole sono, anch’esse sempre quelle: “Abbiamo trovato il Messia”.

Altri vengono condotti da Gesù perché fissando lo sguardo su di loro, li chiami.

(Don Mario Simula)

 

Preghiera per questa II Domenica del Tempo Ordinario

Gesù, ricordi quella sera?

Io, intimorito, sono entrato nella cappella buia,

rifugio quotidiano della mia giovinezza.

Ti guardavo e tu mi guardavi.

Gesù,

ricordi la notte terribile del monastero:

io gettato a terra davanti a te a dimenarmi nella mia ribellione

e Tu, mite e tenerissimo,

a rasserenare le insopportabili guerre del mio cuore?

Due momenti, fra molti altri, nei quali Gesù sei passato

e io ti ho seguito, incosciente,

spericolato e anche ignaro della scalata che mi aspettava.

Non ti ho seguito per euforia, Gesù.

Ti ho seguito mentre piangevo.

Stavo comprendendo che l’amore che conta è soltanto quello che costa.

Tu, Gesù, non mi hai messo sull’avviso.

Hai accettato la sfida nella sfida.

Da allora, Gesù, ho sbagliato tanto.

In certi momenti penso di avere sbagliato tutto, mentre ti seguivo.

Non ti ho visto mai turbato.

Mi turbavo io, Gesù,

e ritraevo gli occhi dai tuoi.

Mi innervosiva il tuo amore.

Ma soltanto perché non riuscivo a riamarlo.

Gesù, tanti uomini e donne

che hanno osato seguirti o vorrebbero seguirti

o sentono dentro di sé insoddisfazioni indecifrabili,

sono alla ricerca della tua casa. Di Te.

Proprio come è capitato a questo povero

che di Te si è fidato fino ad affidarsi.

Tanti ti incontrano, Gesù,

e non ti riconoscono.

Non fai nulla per loro?

Se proprio non vuoi spendere parole,

manda me da loro,

non per ostentare benemerenze,

ma per raccontare una storia vera

nella quale trionfa sempre e comunque il tuo sguardo di amore.

Una volta che lo incontri non te lo scrolli più di dosso.

(Dal mio Libro di Preghiere)

 

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