Don Mario Simula

" Sono prete.

La grazia di esserlo è solo dono di Dio. Lo dico perché il Signore mi ha preso “come sono” e mi ha affidato un compito delicato e speciale, nonostante  conoscesse i limiti e le povertà che mi “vestono” da sempre. Segno evidente che Lui non si preoccupa più di tanto. E non mi meraviglia. Se ho le labbra impure, è pronto il fuoco che le purifica, bruciandole. Se non so parlare, è Lui che mette sulla mia bocca le parole giuste, incoraggiandomi a non avere paura. Se il mio cuore si chiude, duro e impenetrabile, sa Lui come fare per cambiarlo con un cuore di carne. Di che cosa devo avere paura? Che io sia prete, è anche e soprattutto “affare suo”. Anche mio, certamente. Perché non mi sento come “un asino e un mulo senza intelletto”. Qualche dono riesco a ritrovarlo in me. Se ci penso, concludo che “anche il dono è un dono”. E ritorno immancabilmente a Dio “datore di ogni dono”. ...Continua...

PAPA-FRANCESCO-FIRMA-LENCICLICA-FRATELLI

Quali sono i grandi ideali ma anche le vie percorribili per chi vuole costruire un mondo più giusto e fraterno nel sociale, nella politica, nelle istituzioni?

 A queste domande intende rispondere, principalmente, il Papa con la Sua ultima Enciclica.

 Clicca qui, scarica e leggi: fratelli tutti – lettera enciclica – santo padre

LE PAROLE DEL SILENZIO
"Un amore indigesto"

F.to di d. Mario Simula

Gesù,

come mi sento piccolo davanti a un Dio grande e teneramente buono. Dio che si prende a cuore la sorte del forestiero,

il dolore della vedova,

la solitudine dell’orfano.

Un Dio che guarda con amore

il povero schiacciato da coloro che sono affamati di guadagno.

Gesù,

quanto mi turba Dio se, guardando la mia vita, mi dice:

“Avevo fame, sete, solitudine,

sfruttamento, nudità e non mi hai assistito”.

Gesù,

è proprio vero:

se non amo il fratello che vedo, soprattutto il fratello sofferente,

come posso amare Dio che è padre di quel fratello?

Gesù,

come sei bello quando passi in mezzo alle miserie umane,

sanando e facendo del bene a tutti,

toccando i lebbrosi,

sfiorando gli occhi dei ciechi,

restituendo col segno della tua saliva la parola ai muti.

Gesù,

come sei bello condividendo il dolore e l’amore dei peccatori

e manifestando la dolcezza che ti lega a loro.

Per questo tuo amore di predilezione,

sei pronto a sfidare coloro che si ritengono giusti

davanti ad un mondo costruito

a loro immagine e somiglianza.

Proprio perché sei così bello compiendo i gesti dell’amore,

donami, Gesù, la grazia di rassomigliarti.

La tua bellezza è l’amore.

La tua attrattiva è l’amore.

Gesù,

se voglio seguirti devo soltanto scegliere  l’amore.

(Don Mario Simula;

Tratta dal libro delle  mie preghiere)

XXX DOMENICA

DEL TEMPO ORDINARIO ANNO-A

"Un amore indigesto"

Esodo 22,20-26; salmo 17;  Tessalonicesi 1,5c-10; Matteo 22,34-40

Dio ama una umanità solidale. Nell’incontro tra le singole persone, nell’aiuto reciproco, nello scambio delle qualità, delle competenze, dei doni, consiste l’unica salvezza sulla quale possiamo contare. Tutto ciò che divide o ha sapore di ingiustizia, di disuguaglianza, di sfruttamento, di predominio del prepotente sul misero e sul debole, non fa altro che seminare i germi della distruzione del mondo.

Dio è tassativo quando parla al suo popolo. Dice con chiarezza che non può accettare l’oppressione e l’ingiustizia verso il forestiero. Dice anche la ragione: “Voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”. L’accoglienza appartiene a Dio. Dio l’ha scritta nel nostro cuore. Se non la esercitiamo significa che il nostro cuore si è indurito.

Un cuore duro è capace di tutto: di maltrattare la vedova e l’orfano, di strangolare con l’usura l’indigente che si trova in una difficoltà estrema, di esagerare con gli interessi una persona che chiede un po’ di aiuto. Chi ha il cuore duro e prende in pegno la coperta di un barbone senza restituirgliela per la notte, lo sta privando del mantello per la sua pelle. Non potrà coprirsi dormendo.

Possiamo stilare un elenco interminabile degli atteggiamenti di coloro che pensano soltanto al proprio tornaconto e al proprio benessere, dimenticandosi dell’altro. Avremo il quadro di una umanità che marcisce nell’ingiustizia ed è, per questo motivo, senza futuro. E’ il problema cruciale, che Dio mette davanti ai nostri occhi. Un problema che non riguarda soltanto le grandi prevaricazioni dei potenti. Riguarda anche le nostre piccole prevaricazioni fatte di trasgressioni, di violenze silenziose e invisibili, di pigrizie colpevoli che ritardano il bene comune. In tutti questi casi, e molti altri, il misero griderà verso Dio e Dio lo ascolterà perché, diversamente da noi, è pietoso e ricco di amore.

Il salmo che preghiamo oggi, è l’implorazione di un povero il quale, disatteso da tutti, ignorato da tutti, scartato da tutti, disprezzato da tutti, si rivolge a Dio per dirgli: “Ti amo, Signore, mia forza. Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore. Dio, mia rupe, mio scudo, mio baluardo”. E Dio si accorge della sua preghiera e ne tiene conto.

Il vangelo di Gesù, oggi, significato soltanto questo. Al dottore della Legge che gli domanda: “Maestro qual è il grande comandamento?”, Gesù risponde: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Il secondo è simile a questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Gesù, in realtà, vuole invertire l’ordine dei due comandamenti: “Vuoi davvero amare Dio? Ama il tuo prossimo. Se pensi di amare Dio senza essere solidale, amoroso, attento al tuo prossimo, stai dichiarando a Dio un amore falso, ipocrita, inaffidabile”.

La mia persona, e non credo di essere solo, prova una crisi profonda. Noi viviamo nelle nostre sicurezze, anche se non siamo ricchi. Ma chi, risvegliandosi al mattino, non sa come si concluderà la notte, è per natura precario, angosciato, nel terrore. Un po’ di amore per il prossimo renderebbe luminoso il nostro amore per Dio. E’ il grande dilemma davanti al quale Gesù ci mette. Senza mezze misure. “Come puoi amare dio che non vedi se non ami il fratello che vedi?”. L’esempio dei cristiani di Tessalonica, va in questa direzione. Proprio perché quei discepoli del Risorto vivono la reciprocità dell’amore, il vangelo che annunciano con la loro vita si diffonde ovunque.

Le mie parole sono vuote senza amore. Le mie preghiere sono un soffio inutile senza amore. La mia pratica religiosa è una formalità controproducente senza amore. Di questo dobbiamo essere certi. Il giorno in cui riconosceremo questa nostra condizione, inizierà a farsi strada la condivisione di beni, delle attenzioni, della cura reciproca in un mondo sofferente e triste.

Don Mario Simula

 

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