Don Mario Simula

" Sono prete.

La grazia di esserlo è solo dono di Dio. Lo dico perché il Signore mi ha preso “come sono” e mi ha affidato un compito delicato e speciale, nonostante  conoscesse i limiti e le povertà che mi “vestono” da sempre. Segno evidente che Lui non si preoccupa più di tanto. E non mi meraviglia. Se ho le labbra impure, è pronto il fuoco che le purifica, bruciandole. Se non so parlare, è Lui che mette sulla mia bocca le parole giuste, incoraggiandomi a non avere paura. Se il mio cuore si chiude, duro e impenetrabile, sa Lui come fare per cambiarlo con un cuore di carne. Di che cosa devo avere paura? Che io sia prete, è anche e soprattutto “affare suo”. Anche mio, certamente. Perché non mi sento come “un asino e un mulo senza intelletto”. Qualche dono riesco a ritrovarlo in me. Se ci penso, concludo che “anche il dono è un dono”. E ritorno immancabilmente a Dio “datore di ogni dono”. ...Continua...

Il Vangelo

della terza domenica di Pasqua

Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

 

 III DOMENICA DI  PASQUA

ANNO B

"Una visita inattesa"

Atti degli Apostoli 3, 13-19; Salmo 4; 1 Lettera di Giovanni 2, 1-5; Luca 24, 35-48

Di Gesù sappiamo ciò che ci sta veramente a cuore.

Gesù è la Promessa che aveva tenuto viva la speranza di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.

Lo avevano sognato e amato come la Parola certa e fedele di Dio. Gesù era apparso sempre, nell’orizzonte degli uomini amati da Dio, come la Luce che avrebbe conosciuto un albeggio lungo, per non permettere mai che lo spazio del terrore e delle tenebre si impadronisse della vita e della storia di chi sapeva guardare lontano, anche se si trattava di una visione del cuore e col cuore.

La storia ha sempre le sue sconfitte, i disastri, le morti e le distruzioni.

Dentro questa storia, così dolorosa, il Promesso di Dio è contenuto come un seme e come un lievito.

Noi lo capiamo, oggi. I sapienti del popolo non hanno voluto capire e riconoscere il Messia di Dio.

Per questo lo hanno messo a morte.

Dio, però, è più forte della morte.

Il disprezzato, l’umiliato, il rifiutato Gesù, è risorto. Questo grido che attraversa i tempi e gli universi, risuona anche oggi, nelle nostre vicende personali e comunitarie. Nel mondo. E’ un grido più forte di ogni urlo di terrore e di paura.

E’ meraviglioso un Dio del quale veniamo a sapere che deve soffrire. Che ha deciso di soffrire per condividere i drammi umani e per liberarli, in un tripudio di gioia, con i canti di Pasqua.

Com’è possibile non rimanere tramortiti dall’esultanza? Com’è possibile non rispondere con una vita nuova al Dio della vita?

Gesù è vittima per i nostri peccati e per quelli di tutto il mondo, senza limiti di tempo e di avvenimenti. Il suo sangue raggiunge ogni cosa, ogni persona e ogni vicenda e tutto riabilita nell’ebbrezza della Risurrezione. Tutti e tutto inebria.

La visita di Gesù risorto ai suoi discepoli porta “la pienezza dei sapori” di questa vittoria, ormai definitiva.

Gli amici di Gesù non sanno parlare d’altro, da qualche giorno. La notizia rimbomba e silenziosa entra nel cuore: Gesù è Risorto. Il Maestro è vivo.

Di nuovo il Signore, il Vivente entra nelle loro narrazioni. Entra di persona. Non è un fantasma che promette cose fantasiose. E’ proprio Lui, di persona. Entra per augurare ancora una volta la pace. La meravigliosa esplosione di vittoria interiore che sa stare insieme alle prove. Anzi tutte le supera e le trasforma in una totalità di doni e di felicità.

E’ meravigliosa anche la reazione dei suoi apostoli: sono sconvolti, pieni di paura, credono di trovarsi davanti ad un fantasma.

Reazione di chi non crede ai suoi occhi. Talmente vorrebbe credere che prova timore a credere.

Gesù, ancora una volta, diventa il maestro del cuore, la guida spirituale, il protagonista di un accompagnamento tenero, come quello di una madre che insegna al bambino a mettere i prima passi.

La realtà della risurrezione è tutta nuova. E’ inedita. E’ inattesa anche se sperata e desiderata.

Occorre impararla, sentirla e viverla.

“Perché siete turbati. Non sono venuto per incutere in voi paura o spavento. Perché lasciate ancora spazio ai dubbi nel vostro cuore?”.

Gesù riannoda l’esperienza del toccare e del vedere. Noi siamo legati al nostro corpo. E Lui lo sa. Noi abbiamo bisogno di essere tutto quello che siamo. Anche il nostro corpo.

“Guardate le mie mani e i miei piedi. Sono proprio io. Toccatemi e guardate. Un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho. Verrà il giorno nel quale non mi vedrete come ora come in uno specchio. Verrà il giorno nel quale mi vedrete così come io sono. Faccia a faccia. Senza veli. In quel giorno starò per sempre davanti ai vostri occhi e contemplerete, con le vostre mani e con le vostre orecchie, la sinfonia del mio amore. Sarete talmente immersi in quell’amore che le mani e i piedi, le piaghe e il costato canteranno melodie mai sentite. Le vostre mani e i vostri occhi suoneranno strumenti per dare vita ad armonie eterne. Sentirete profumi di immortalità e soltanto quelli”.

Oggi c’è ancora bisogno di fare l’ostensione delle mani e dei piedi piagati. Noi ne abbiamo bisogno.

La nostra fede deve ancora toccare, vedere, accarezzare e baciare. La nostra sensibilità deve portare dentro di sé le impronte affettive e indelebili del Signore.

Durante quell’incontro Gesù non si accontenta di far vedere e toccare mani e piedi e costato.

Ha bisogno di manifestare altro. Con maggiore  immediatezza. Ancora non basta soltanto vedere e toccare. C’è una dimensione dell’amore che non ammette esitazioni o dubbi: condividere il cibo, la mensa. Sperimentare la convivialità.

Gesù lo ha promesso a chi è pronto ad amare fino al sangue come Lui.

“Busserò alla vostra porta. Se aprite, io verrò, entrerò, cenerò con voi e l’esperienza dell’amore sarà senza fine”.

Come sono dolci quel pane e quel pesce arrostito che non estinguono la fame del corpo, ma danno alimento alla fame del cuore. A quel bisogno inestinguibile di stare sempre col Signore.

Il segreto è questo: stare sempre col Signore. Gesù vuole questo per noi.

Mentre condivide la stessa tavola dell’amore, ci chiede di accettare la gioia della conversione e la dolcezza della remissione dei peccati. Soltanto una comunione così profonda e indistruttibile può renderci testimoni, fino al punto da diventare avamposti della Pasqua verso tutti i popoli.  Gesù si fida di coloro che sono stati con Lui fin dall’inizio, protagonisti dello stesso dolore e della stessa risurrezione. Gesù si fida e li manda. Gesù si fida di noi e ci manda.

 

Gesù, tu mi hai preso sempre per il verso giusto. Hai capito che ho bisogno dei sensi per entrare in dialogo con te. Io, Gesù, devo vederti e toccarti. Devo gustarti e ascoltarti. Se non riesco a vivere quest’esperienza continuerò a dirti che la mia fede è a rischio.

Gesù, come sei attento e delicato ad educarmi secondo il tuo cuore. Sai usare un passo lento. Accetti le mie pause. Ti fermi per rialzarmi quando cado. Mi curi le ferite dei piedi e delle ginocchia, ogni volta che il lungo cammino mi segna in maniera dolorosa.

Tu sai, Gesù, che la mia testa è dura e che il mio cuore è lento. Tu hai fatto ormai esperienza di me. Ti ho costretto ad impararmi e a cercare con pazienza come sono fatto. Tu, Gesù, hai piegato la tua bontà alla mia imprevedibilità.

Hai capito bene le mie paure, gli sconvolgimenti del mio cuore. Tu hai toccato con mano (perché anche tu qualche volta hai bisogno di toccare con mano!) i miei turbamenti e i miei dubbi. Più di una volta ti sei stupito per il mio stupore e ancora di più perché continuavo a non credere.

Gesù, sono veramente difficile e complicato. Dopo anni di vita insieme, rimango un inguaribile principiante che ha la pretesa di sapere già tutto di Te, mentre è soltanto impacciato quando Ti incontra.

Gesù, prendimi per il mio verso. Lasciati guardare e toccare da me. Invitami alla tua mensa frugale e intima. In altre parole, non ti stancare di me. Ti voglio ricordare che per questo sei venuto, hai accettato di morire, sei risorto. Non pentirti proprio adesso.

(don Mario Simula)

F.to  Simula M.

 

© 2014 by  RM - Don Mario Simula

Totale visitatori