Don Mario Simula

" Sono prete.

La grazia di esserlo è solo dono di Dio. Lo dico perché il Signore mi ha preso “come sono” e mi ha affidato un compito delicato e speciale, nonostante  conoscesse i limiti e le povertà che mi “vestono” da sempre. Segno evidente che Lui non si preoccupa più di tanto. E non mi meraviglia. Se ho le labbra impure, è pronto il fuoco che le purifica, bruciandole. Se non so parlare, è Lui che mette sulla mia bocca le parole giuste, incoraggiandomi a non avere paura. Se il mio cuore si chiude, duro e impenetrabile, sa Lui come fare per cambiarlo con un cuore di carne. Di che cosa devo avere paura? Che io sia prete, è anche e soprattutto “affare suo”. Anche mio, certamente. Perché non mi sento come “un asino e un mulo senza intelletto”. Qualche dono riesco a ritrovarlo in me. Se ci penso, concludo che “anche il dono è un dono”. E ritorno immancabilmente a Dio “datore di ogni dono”. ...Continua...

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SEMI DI DESERTO
E DI CONTEMPLAZIONE
Venerdì della 5 settimana di Quaresima
"La minaccia delle pietre"

I “segni” dell’amore diventano un appiglio

 

Quando il cuore si smarrisce per i labirinti dell’ostinazione e del pregiudizio,

non è possibile ritrovarlo: pensa soltanto a raggiungere i suoi progetti di male.

Gli avversari di Gesù, prima mettono in dubbio ciò che compie.

Questo non basta per annientarlo.

Allora utilizzano i “segni” dell’amore per dire:

“Se continua a compiere cose grandi, ci rovina la piazza. Tutti crederanno in Lui.

I romani ci distruggeranno miseramente”.

Credo che non esista una perversione peggiore di questa: negare l’evidenza del bene

E usare il bene per fare il male,

guardare con occhio cattivo il bene,

per distruggere colui che lo compie.

Vale, in modo clamoroso per Gesù che è vittima di questo malanimo. Vale anche per noi.

Quante volte ci siamo chiesti: “Perché tanto accanimento? Dove sta il male? Che cosa infastidisce di me?”.

Spunta sempre un “saggio” che trova la soluzione: “E’ bene che uno solo muoia per tutti”.

Questo modo di pensare è talmente diffuso, anche nelle nostre comunità, che non ci si fa caso ormai.

Per Gesù la sentenza di morte decretata dai sacerdoti, diventa una profezia.

Gesù darà veramente la vita per tutti. La consegnerà per riunire i figli che erano dispersi.

Un atto di odio contro Gesù, diventa nelle mani di Gesù il supremo atto di amore.

Da quel giorno decisero di ucciderlo.

Domani entreremo nel “santo dei santi” della Grande Settimana.

Sarà un’occasione di grazia se:

in noi cresceranno i pensieri di pace

e non di guerriglia,

se il nostro sguardo diventerà accogliente verso tutti,

se, anche nella distanza fisica tra di noi, coltiveremo giudizi buoni, atteggiamenti di riconciliazione,

se raccoglieremo frutti di bontà e di misericordia che ci restituiscano la pace del cuore.

Non abbiamo avversari da “far fuori”. Conosciamo fratelli da amare, da accogliere, da perdonare.

Come ciascuno di noi sente il bisogno di fratelli che lo amino, lo accolgano, lo perdonino.

Ci sarà sempre qualcuno che cercherà di “ucciderci”, in qualsiasi modo.

Forse anche noi cercheremo sempre qualcuno da “uccidere”.

Questo groviglio inestricabile del cuore diventa vitale se saremo pronti come Gesù

a dare la vita “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”.

Una Settimana Santa:

per rappacificare il cuore contemplando il Volto di Gesù, contemplando la sua croce ;

per rasserenare i pensieri con una vera purificazione della memoria che non si paralizza davanti al male,

ma cerca il bene, la mitezza del Signore, l’umiltà del suo cuore, la gioia del dono di sè senza condizioni.

(Tratta dal mio libro delle meditazioni)

Don Mario Simula

DOMENICA DELLE PALME

DELLA PASSIONE DEL SIGNORE ANNO-A

"La contemplazione non conosce muri"

Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11; Matteo 26,14-27,66

Il cammino del tempo di grazia, legato alla quaresima, ha tenuto sempre un passo sostenuto pieno di tensione e di attesa.

Gesù ci ha incalzati chiedendoci, a più riprese, e in molti modi, l’atto di fede.

“Donna, credi tu che io sia il Messia?”. “Credo Signore”.

“Uomo, ho toccato i tuoi occhi col fango e si sono aperti alla luce. Credi che io sia il Salvatore del mondo? Tu non mi conoscevi prima. Adesso sono davanti a te. Credi?” . E il cieco: “Credo Signore”.  Il pianto attraversa il villaggio di Betania. E’ morto l’amico Lazzaro. Gesù è sconvolto. Il suo cuore è un tumulto di sentimenti. “Maestro se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Marta credi?”. “Signore, lo so che il Padre ti ascolta sempre”. La pietra del sepolcro si frantuma e Lazzaro si riaffaccia vivo.

Gesù conosce i nostri cammini di fede stanchi, poveri, confusi, non credibili. Ci dice con forza, ci ripete con insistenza: “Credete in me?”.

Se sappiamo dire piangendo e fidandoci: “Credo Signore”, possiamo darci l’appuntamento per vivere il preludio della grande settimana dell’amore. Entriamo con Gesù in Gerusalemme. Pieni di gioia. Consapevoli, allo stesso tempo, che da questo momento inizia il cammino verso la croce. Non abbiamo altra scelta che fermarci a contemplare Gesù.

Solo Lui. Intensamente Lui. Lasciando che il nostro corpo, i nostri sentimenti, la passione del nostro cuore, vibrino. Se lo contempliamo, cos’altro riusciamo a vedere se non il Maestro delle nostre strade, il samaritano dei nostri dolori, colui che indirizza parole di amore a chi è sfiduciato? Ma Gesù non si accontenta delle parole di incoraggiamento.

Gesù è mite. Gesù è umile. Gesù non oppone resistenza, non si tira indietro. Ha scelto di arrivare fino alla sommità di quel Monte della Rivelazione. Si lascia flagellare, si lascia vituperare, si lascia insultare e sputare.

In Lui c’è una certezza incrollabile: Il Signore Dio, suo Padre, lo assiste, gli dona una faccia dura come pietra. Il Figlio non resterà confuso.

Eppure è lo stesso Padre Dio che da questo momento sembra restare nel silenzio, ammutolito, segnato lui stesso dal dolore del Figlio. Un Padre che pare scomparso dall’orizzonte, come se volesse abbandonare il Figlio. Il Figlio fa questa esperienza che dilania il suo cuore: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

In Gesù sofferente sono presenti tutti i segni dell’abbandono di Dio: è svuotato della divinità per assumere la condizione di servo. Ultimo degli uomini. Umile e docile fino all’obbedienza della morte e della croce.

Dio non ha girato la faccia dall’altra parte. Per l’amore donato dal Figlio, sta preparando la dignità sublime di chi ha un nome al di sopra di ogni altro nome. 

Il Padre apre la Gloria a Gesù a tal punto che ogni uomo potrà dire: “Gesù Cristo è il Signore!”.

La passione di Gesù, raccontata, nella commozione più profonda, dalla chiesa delle origini, ci conduce, passo passo, dentro le oscurità del Signore che soffre, della sua umiliazione che lo rende verme non uomo, della sua crocifissione che lo esalta tra cielo e terra.

E’ da quel trono che Gesù tocca con mano il silenzio di Dio fino all’ultimo grido: una gran voce accompagnata dal dono dello Spirito.

La sconfitta sembra irreversibile. Una disfatta totale. Il progetto di Dio che va in pezzi.

In quel momento risuona la voce piena di timore del centurione: “Davvero costui era Figlio di Dio!”. Tutti avremmo detto: “Dov’è Dio?”. Il centurione , con la sua fede da principiante, ci aiuta a scoprirlo: “E’ qui Dio. Non vedete il suo Figlio? Non vedete che nella sua morte già si agita il primo palpito della resurrezione?”.

La comunità cristiana oggi vive la tentazione terribile di dire: “Dov’è Dio?”.

Non è nel dolore del mondo, talmente enorme  fino a sovrastarci.

Non è nel pianto di chi è perseguitato, solo, moribondo, abbandonato, scartato.

Non è in questa terra un tempo meravigliosa, e oggi profanata.

Dov’è Dio?

Dobbiamo raccoglierci nel silenzio della contemplazione e, lasciando passare davanti ai nostri occhi, attimo dopo attimo, il dolore di Gesù, piegare le nostre ginocchia e adorare quella croce. Trono. Altare. Roveto ardente. Pane spezzato. Vino versato.

Mentre contempliamo, sullo sfondo c’è una Madre, il suo volto rispecchia l’Amore del Figlio.

Gesù, il singhiozzo rompe le mie parole. Non riesco a balbettarne una. Anche quell’unica parola sarebbe inadeguata a dirti quanto io ti ami.

Oggi, Gesù, comprendo che sono il riflesso del Tuo amore.

Oggi, Gesù, mi ritornano alla mente le innumerevoli volte nelle quali ti sei piegato su di me e mi hai trovato agonizzante nel peccato, nella miseria, nell’amore paralizzato.

Gesù, Tu non sei passato oltre.

Tu, Gesù, ti sei fermato come chi aveva da donarmi tutto il suo tempo. Donarlo solo a me.

Mi hai accarezzato, mi hai ripulito, hai reso innocue le mie ferite, hai versato il tuo olio consolante e dolcissimo. Mi hai tenuto a lungo fra le tue braccia. Dovevo prima rianimarmi contemplando i tuoi occhi. Solo quando hai sentito il mio cuore riscaldarsi e il sangue ravvivare il mio corpo e il mio sguardo rivivere, mi hai messo sul tuo giumento e hai cercato per me una casa ospitale, piena di attenzioni. Poi sei tornato per essere certo che la mia guarigione facesse i primi passi.

Gesù, oggi ti contemplo nel silenzio della mia casa e del mio cuore. E’ una fatica ed è una grazia. Nessuno distoglie il mio sguardo da te. Niente mi impedisce di fare entrare il tuo sguardo in me, fino in fondo, fino a quel piccolo angolo dove la mia paura non mi ha fatto mai entrare.

Gesù, è davvero dolce il tuo volto.

Sono davvero delicate e tenere le tue mani.   

E’ soave la tua voce.

E’ inebriante il tuo profumo.

E’ meraviglioso il gusto della tua bellezza.

Eppure, Gesù, hai il volto sfigurato, irriconoscibile, umiliato, privato della tua stupenda Luce.

Gesù, ti voglio contemplare, proprio per non scappare dal quel viso. Proprio perché amandolo, sappia vedere oltre, oltre, oltre.

Gesù, il tuo sangue mi inonda.

La tua stanchezza mi incoraggia.

La spossatezza del tuo cuore mi dà molta fiducia.

Gesù, mi stai dicendo: “Non avere mai paura dei tuoi limiti, dei tuoi sbagli, delle tue infedeltà, dei tuoi ripensamenti, delle tue fughe. In quei momenti guarda come sono stato ridotto e va oltre, oltre, oltre”.

Don Mario Simula


 

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