Don Mario Simula

" Sono prete.

La grazia di esserlo è solo dono di Dio. Lo dico perché il Signore mi ha preso “come sono” e mi ha affidato un compito delicato e speciale, nonostante  conoscesse i limiti e le povertà che mi “vestono” da sempre. Segno evidente che Lui non si preoccupa più di tanto. E non mi meraviglia. Se ho le labbra impure, è pronto il fuoco che le purifica, bruciandole. Se non so parlare, è Lui che mette sulla mia bocca le parole giuste, incoraggiandomi a non avere paura. Se il mio cuore si chiude, duro e impenetrabile, sa Lui come fare per cambiarlo con un cuore di carne. Di che cosa devo avere paura? Che io sia prete, è anche e soprattutto “affare suo”. Anche mio, certamente. Perché non mi sento come “un asino e un mulo senza intelletto”. Qualche dono riesco a ritrovarlo in me. Se ci penso, concludo che “anche il dono è un dono”. E ritorno immancabilmente a Dio “datore di ogni dono”. ...Continua...

PAPA-FRANCESCO-FIRMA-LENCICLICA-FRATELLI

Quali sono i grandi ideali ma anche le vie percorribili per chi vuole costruire un mondo più giusto e fraterno nel sociale, nella politica, nelle istituzioni?

 A queste domande intende rispondere, principalmente, il Papa con la Sua ultima Enciclica.

 Clicca qui, scarica e leggi: fratelli tutti – lettera enciclica – santo padre

Un Messale per le nostre Assemblee
"La terza edizione italiana del Messale Romano:
tra Liturgia e Catechesi

SOLENNITA' DI CRISTO RE

"CONTEMPLARE UN VERME NON UN UOMO"

Ezechiele 34, 11-17; Salmo 22; 1 Corinzi 15, 20-28; Matteo 25, 31-46

Dov’è il trono che esalta Gesù Cristo Re dell’universo?

Lo cerchiamo invano negli annali della storia, negli scaffali che racchiudono le gesta degli uomini potenti.

Il trono di Gesù Cristo Re è essenziale e povero, infamante e ripugnante. Fa rabbrividire chi lo vede.

Due assi di legno incrociati e sospesi tra cielo e terra formano l’altezza dalla quale il Signore del mondo e della storia “domina” le vicende umane.

La croce è il punto focale verso il quale il nostro sguardo si rivolge se vuole trovare il Re. E’ appeso a quell’altitudine vertiginosa, con il sarcasmo degli avversari, con il divertimento della folla che si inebria quando può vedere le torture e il sangue.

Gesù, Dio fatto carne povera e umile, nel grembo di una donna del popolo, in un villaggio di semplici figli della terra e di qualche pascolo, è andato a finire su quel patibolo glorioso, dopo essere passato in mezzo alla gente facendo del bene e guarendo tutti. Irriconoscibile come ogni condannato a morte contro il quale si è accanita la ferocia di soldati annoiati e mal pagati.

Gesù nostra salvezza, nostro liberatore, nostra gioia e vanto, nostra consolazione, nostro rifugio e conforto, è finito a metà strada tra il cielo di Dio suo Padre e la terra degli uomini.

Un ponte gettato per costruire uno scambio essenziale per l’umanità desolata e mendicante.

Se guardiamo attentamente, con gli occhi della fede e dell’amore, a Colui che hanno crocifisso, facciamo la scoperta più sconvolgente e imprevedibile. E’ Gesù di Nazareth che si identifica con l’affamato, con l’assetato,  con lo straniero, con chi è nudo di ogni dignità e di ogni bene vitale, con l’ammalato, col prigioniero. La croce è il suo posto. E’ il posto di tutti coloro che la durezza di cuore condanna ai margini della società, nel deposito degli invisibili, dei “signor nessuno”, di coloro che possono morire soli perché non hanno dignità.

Gesù è tutte queste persone, a tal punto che ogni pezzo di pane donato, ogni bicchiere di acqua offerto, ogni accoglienza regalata, ogni mantello per coprire le nudità messo sulle spalle di chi è nudo, ogni cura a chi soffre nel corpo e nell’anima, ogni visita al prigioniero sono altrettanti doni fatti a Lui. Doni preziosi e graditi dal Re Gesù, a tal punto da far nascere sulla bocca del Signore parole traboccanti di consolazione verso chi li ha messi a disposizione degli altri: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”.

Il Re è l’ultimo di tutti e il servo di tutti. Chi si accorge con le mani e con il cuore di Lui diventa erede del Regno.

Una sorte rovesciata, come una condanna inesorabile, attende coloro che chiudono il cuore, vedono soltanto il proprio tornaconto, compiono il bene per se stessi e non per chi non può dire grazie.

Agli uni e agli altri rimane la domanda: “Signore, quando mai ti abbiamo visto?”.

Senza l’amore, senza la gratuità, senza la generosa donazione di se stessi, senza il coraggio di mettere a disposizione tutto, è difficile saper scorgere i lineamenti di Gesù in ogni uomo o donna deboli, stremati, imploranti.

Gesù, che si identifica con la sofferenza umana, è prima di tutto Lui Re della consolazione e della misericordia. È il pastore che cerca le sue pecore, le passa in rassegna quando qualcuna si smarrisce. Le raduna nei giorni della tempesta, annidata nelle pieghe della nostra esistenza. Le conduce al pascolo perché riposino. Gesù, il pastore bello, cerca ciascuno di noi, fascia le nostre ferite, ci cura nella malattia. Lui è il nostro pastore. Non mancheremo mai di nulla sotto il suo scettro di amore.

Il suo Regno è come il banchetto riservato ai mendicanti, agli sciancati, ai peccatori, a chi è nella tribolazione. E’ regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia di amore e di pace.

Fuori di ogni schema di potere, senza armi e sopraffazioni, senza discriminazioni e miserie. Il Regno che cerchiamo ogni giorno come aspirazione dei nostri desideri.

Ci sarà un momento nel quale il nostro sogno e la nostra visione si realizzeranno quando il Padre metterà nelle mani del suo Figlio tutte le cose, “perché Dio sia tutto in tutti”.

Noi siamo cercatori del Regno. Siamo costruttori del Regno, perché Gesù ci coinvolge ogni giorno nella sua opera. Siamo servitori del Regno e di tutti coloro che, nella loro condizione di precarietà, lo abitano.

Le nostre Comunità devono essere il Regno, distributrici di misericordia e di conforto, di solidarietà delicata e discreta. Senza sacche di arrivismo e di arroganza.

Un Regno fatto di “servi inutili” che hanno imparato dal loro Maestro a servire non ad essere serviti.

Dal cuore di queste comunità splende la luce che dà senso alla storia del mondo. Nella mitezza e nell’amore.

 

Signore Gesù, mio pastore delicato e forte, voglio appartenere, per tua grazia all’anagrafe del tuo Regno. Voglio esserne cittadino. Membro utile, perché allenato a “lavare i piedi degli altri”, come segno di sottomissione agli ultimi, all’Ultimo che sei Tu.

Devo, tuttavia, imparare a contemplare la tua croce. Così in alto è posto il tuo trono. Non posso voltare lo sguardo da un’altra parte, per non rimanere turbato dal tuo dolore che grida “l’abbandono” del Padre.

La mia gloria sei tu Crocifisso, sei il mio vanto, la ragione della mia esistenza.

Capisco, Gesù, di non avere voce autorevole, se non quella della mia umile consapevolezza di contare nulla.

Nel mio nulla, ti dono tutto e lo metto a disposizione di te, povero, affamato, stanco, solo, buttato per strada tra la noncuranza di chi Ti passa vicino.

Gesù, la prima e più istintiva reazione è quella di lasciarmi suggestionare da prospettive vuote e illusorie. Sono quelle che vanno di moda.

Tu, Gesù, amato Re della mia vita, non percorri queste carriere. L’unica che ti ho sempre sentito raccontare è l’Amore, mite ed umile.

Sei la bellezza, appeso a quella Croce. La bellezza irresistibile. Un abisso di tenerezza. Da quel trono attirerai tutti a te. Anche la mia miserabile persona.

 

Don Mario Simula

 

© 2014 by  RM - Don Mario Simula

Totale visitatori