Don Mario Simula

" Sono prete.

La grazia di esserlo è solo dono di Dio. Lo dico perché il Signore mi ha preso “come sono” e mi ha affidato un compito delicato e speciale, nonostante  conoscesse i limiti e le povertà che mi “vestono” da sempre. Segno evidente che Lui non si preoccupa più di tanto. E non mi meraviglia. Se ho le labbra impure, è pronto il fuoco che le purifica, bruciandole. Se non so parlare, è Lui che mette sulla mia bocca le parole giuste, incoraggiandomi a non avere paura. Se il mio cuore si chiude, duro e impenetrabile, sa Lui come fare per cambiarlo con un cuore di carne. Di che cosa devo avere paura? Che io sia prete, è anche e soprattutto “affare suo”. Anche mio, certamente. Perché non mi sento come “un asino e un mulo senza intelletto”. Qualche dono riesco a ritrovarlo in me. Se ci penso, concludo che “anche il dono è un dono”. E ritorno immancabilmente a Dio “datore di ogni dono”. ...Continua...

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F.to Simula M.

 

I canti "inutili" dell'estate

Per chi cantano le cicale dalla mattina alla sera, fin quando un raggio di sole le riscalda?

Sono nascoste tra i rovi lungo i muretti a secco.

Nessuno le vede. Esse cantano. Instancabili.

Per chi cantano i grilli? Senza smettere, se non per prendere fiato. Compagni di tante solitudini.

Per chi cantano le rane?

Eppure queste creature cantano improvvisando un concerto a più voci.

Senza stonature.

Così fanno i cani randagi: sembra che si richiamino l’un l’altro,

come i barboni di un ghetto che si riconoscono più per la voce che per il nome.

Come fanno le pecore e gli agnelli di un gregge,

che sanno di appartenere alla medesima famiglia e si richiamano e si proteggono.

Lo stupore dell’INUTILE è uno degli spettacoli più misteriosi della creazione.

Fare le cose con prodigalità. Senza tirare i conti su nulla.

L’INUTILITA’ rende ricca la natura. Indecifrabile. Melodia donata.

L’uomo, capace di cantare pensando, sa perdere tempo nel canto?

O deve pensare a mille problemi, agli affanni della vita quotidiana,

così che dalla sua bocca scaturiscono parole nervose, disperate, a volte, pianti soffocati?

La lode perenne della liturgia mette sulle nostre labbra una preghiera delicata e buona.

”Tu, Signore, non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore

ci chiami a renderti grazie: i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza,

ma ci ottengono la grazia che ci salva”.

Il Canto, anche quello apparentemente INUTILE, è per Iddio,

creatore meraviglioso delle nostre vite. Di ogni vita.

Ascoltare è godere.

Ascoltare è partecipare alla vita che ci circonda.

Ascoltare è comprendere il dono gratuito.

Ascoltare è dare senso a tutte le melodie che ci avvolgono.

Forse di notte, mentre il caldo ti assale,

si intrufola nel nostro sonno difficile ogni genere di voce.

Se le accogliamo, ogni canto ci diventa familiare:

sono memoria ingenua e semplice della nostra storia.

Il concerto inizia ogni giorno puntuale.

In prima fila c’è nostro Padre Dio: ascolta felice. Dio ha voluto soltanto voci intonate.

(Don Mario Simula)

XV DOMENICA

DEL TEMPO ORDINARIO

  ANNO-A

"Il terreno che siamo"

Isaia 55,10-11; Salmo 64; Romani 8,18-23; Matteo 13,1-23

                                                                                   

Può nascere in noi una domanda strana: “La qualità del seme usato dal seminatore era proprio buona?”.

E un’altra domanda: “Il seminatore non sarà stato per caso avaro nel gettare la semente nelle zolle?”.

Il terreno bizzarro di cui la parabola del seminatore parla, può portare la nostra pigrizia a spostare l’attenzione dal terreno, che ci appartiene, alla semente e al seminatore.

Sarebbe una lettura veramente  distorta della realtà. Quel seme è la Parola che scaturisce dal cuore di Dio, non puoi metterlo in dubbio. Il seminatore poi  è talmente generoso che butta i semi a piene mani.

Il seme e il seminatore rivelano la generosità di Dio che con noi è sempre attento a non farci mancare la sua premura e la sua benevolenza. Dio sa che noi abbiamo tanti limiti nell’ascolto e nella disponibilità del cuore; a maggior ragione il suo seme è di primissima qualità e l’abbondanza del seme è senza risparmio.

Che cosa, allora, impedisce che la Parola di Dio porti frutto in noi? E’ bene che fissiamo l’attenzione sul terreno. Il terreno è ciascuno di noi. Il terreno sono le nostre comunità. Proviamo ad esaminarlo con attenzione.

Il cuore di ciascuno e la comunità che accolgono la semente, possono essere una strada battuta sulla quale ogni Parola che viene da Dio scivola indifferente. Non crea sussulti. Non crea commozione. Ci possiamo chiedere: “Da quanti anni leggiamo quel testo, quella parola di Gesù, quell’insegnamento, quella parabola, e noi siamo sempre gli stessi”. Il nostro cuore è una strada che riceve il seme ma non ha il terreno per farlo attecchire. Una  crisi, il vento di uno scoraggiamento, l’aridità del cuore lo rendono inutile.

Il nostro cuore e la nostra comunità, possono essere un terreno sassoso con poca terra. Il primo calore permette al seme di spuntare in breve tempo, ma altrettanto in fretta lo fa seccare perché non ha radici. Terreni superficiali. Terreni non dissodati. Terreni dove ogni inquinamento impedisce che portino frutto. Guardarci nel cuore e dare un nome ai sassi, all’infecondità di quel terreno è veramente importante. Non è possibile che Dio continuamente ci parli e noi continuamente impediamo che la sua Parola attecchisca e permettiamo che le radici si secchino.  Comunità inaridite dalla mancanza di riflessione profonda.

Esistono tanti cuori e numerose comunità che sono un terreno buono, ma lasciano il terreno incolto nel quale ogni erbaccia può crescere al punto da soffocare il dono di una semente di prima qualità. I rovi e le spine delle nostre chiese sono così frequenti e familiari che ci siamo anche assuefatti. Poco importa che la Parola di Dio venga soffocata. Contano molto di più le nostre parole vuote, le nostre parole cattive, i giudizi affrettati, le valutazioni offensive. Come fa la Parola di Dio a farsi spazio in mezzo a questa sterpaglia? Esiste tanto terreno buono che accoglie con disponibilità il seme della parola. Ne prova gioia, la fa scendere in profondità, cerca di viverla, è un terreno fecondo e produttivo. Il terreno che piace a Dio, il terreno che non permette che il dono ricevuto si perda.

Non ogni terreno buono produce alla stessa maniera: può dare il trenta, il sessanta, il cento per uno, però produce. E’ la meraviglia della diversità. Dio non ci chiede mai le quantità. Dio fa affidamento sulla qualità della risposta. A ciascuno chiede la risposta che i suoi doni, le sue qualità, la sua storia, la sua vita, i suoi limiti, gli permettono.

Dio di questo è felice. Lo troveremo sempre pronto ad accoglierci per quello che siamo, per quello che sappiamo dare, per quello che riusciamo ad offrire come risposta.

Dio non pensa agli otri da riempire. Pensa alla generosità del nostro cuore, alla felicità del nostro cuore. Desidera che ciascuno di noi possa dirgli: “Sono un servo inutile. Ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità.” E lui dirà: “Vieni servo buono e fedele”.

Gesù ci obbliga ad una ulteriore riflessione. Esistono orecchi che capiscono e ascoltano e orecchi induriti all’ascolto. Questi ultimi si tireranno indietro davanti alle prove, alle tribolazioni, alle preoccupazioni, alle seduzioni dei beni. Vogliono seguire questi falsi idoli. Gesù ci chiede di essere fra quelli che ascoltano la Parola, la comprendono e la vivono.

Quella Parola che quando scende dal cielo è come la pioggia, non torna indietro. Per chi la accoglie è sapienza e salvezza, per chi non l’accoglie è infecondità e condanna.

Paolo ci ricorda che l’accoglienza della Parola di Dio con un cuore generoso e fedele è il fondamento della creazione nuova. Tutto ciò che ci circonda, ma soprattutto l’uomo, gemono e soffrono le doglie del parto in attesa che si crei un cielo nuovo e una nuova terra. Da questa prospettiva è più semplice capire il senso del terreno. Il terreno è un cuore aperto alla novità di Gesù. E’ un terreno che si trasforma alla luce della vita nuova di Gesù. Il segreto perché questo avvenga è uno solo: Accogliere la parola, custodirla, ruminarla, pregarla, viverla.

 

Gesù, quando tu getti la semente della tua Parola nel mio cuore, concedimi sempre la grazia di veder morire il seme perché desidero che porti frutto. Ogni ascolto docile della tua Parola è una gestazione che per arrivare al frutto deve soffrire le doglie del parto.

Gesù, liberaci dal professionismo della Parola, dal mestiere di annunciatori della Parola, dall’abitudine di chi la cita senza manco pensare.

Gesù, facci sentire che la tua Parola è una spada che si conficca nel cuore e lo stravolge. Ci vuole tutta la tua forza perché sappiamo rispondere.

Gesù, esistono momenti delle nostre esistenze e delle nostre comunità che vibrano all’unisono con la tua Parola. Devono diventare la vita. Lo stile della nostra vita. La ragione della nostra vita. Il tormento della nostra vita. Gesù, se non testimoniamo la tua Parola tutte le altre armi, le nostre armi, sono inefficaci.

Gesù, donaci la grazia di mangiare il tuo libro, di non avere paura della sua amarezza. Quando l’avremo gustato ne capiremo la dolcezza. Gesù, siamo assetati di ogni parola che esce dalla tua bocca. Ci sentiamo come Maria, tua Madre, scrigni aperti per accoglierla e custodirla in modo da non perdere nemmeno una sillaba.

Gesù, una cosa stiamo comprendendo: le nostre comunità sarebbero irresistibili se avessero tanti discepoli della Parola tua e tanti profeti capaci di parlare nel tuo nome.

Don Mario Simula


 

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