La storia...

Sono prete. La grazia di esserlo è solo dono di Dio. Lo dico perché il Signore mi ha preso “come sono” e mi ha affidato un compito delicato e speciale, nonostante  conoscesse i limiti e le povertà che mi “vestono” da sempre. Segno evidente che Lui non si preoccupa più di tanto. E non mi meraviglia. Se ho le labbra impure, è pronto il fuoco che le purifica, bruciandole. Se non so parlare, è Lui che mette sulla mia bocca le parole giuste, incoraggiandomi a non avere paura. Se il mio cuore si chiude, duro e impenetrabile, sa Lui come fare per cambiarlo con un cuore di carne. Di che cosa devo avere paura? Che io sia prete, è anche e soprattutto “affare suo”. Anche mio, certamente. Perché non mi sento come “un asino e un mulo senza intelletto”. Qualche dono riesco a ritrovarlo in me. Se ci penso, concludo che “anche il dono è un dono”. E ritorno immancabilmente a Dio “datore di ogni dono”.

Credo di avere “una testa che pensa con la propria testa”. A volte mi domando se sia utile e se convenga pensare, vedendo quanti brutti momenti fanno vivere le “due idee” che mi ritrovo, soprattutto se  si ha anche il coraggio di manifestarle. Poi mi ricredo. E mi viene in mente una frase fulminante di Leonardo  Sciascia il quale , a proposito dei politici, diceva: “E difficile capire cosa pensano i politici. E’ molto più semplice e veritiero concludere che non pensano a niente!”. E’ meglio pensare,  avere idee, intuizioni, progetti, dubbi da condividere.

Sono veritiero: le mezze misure, le parole dette e non dette, i compromessi furbeschi, l’accondiscendenza accomodante e ignava, lo sforzo stolto per salvare sempre se stesso, non mi appartengono. Quando penso alle innumerevoli opportunità che la vita mi ha offerto per ricoprire ruoli di prestigio e quando penso che si sono frantumate perché ho voluto indicare percorsi chiari e coerenti, deduco che essere se stessi, nella verità che si comprende, ha sempre un costo. A volte alto. E’ meglio essere veritiero che essere “qualcuno”.

Oggi mi dicono che svolgo un compito importante. Personalmente riesco soltanto ad avere chiaro che ho lasciato una grande e stupenda “famiglia” e che ogni giorno devo sforzarmi a credere di averne trovato un’altra. Dentro la mia coscienza intuisco con chiarezza quanto sia difficile “prestare attenzione, tendere le orecchie, obbedire”, soprattutto quando si lascia il certo per l’incerto e ci si avvia su un sentiero “provvisorio”. La vita conserva alcuni vuoti segreti e dolorosi, che solo un motivo più grande e apparentemente irrazionale possono colmare. Magari ti creano scompiglio, destabilizzano tutto ciò che è segnato dalla tua impronta come un sigillo. Sei solo, minacciato dalla tentazione orgogliosa che l’unica prospettiva certa scritta dal tempo sia questa:  l’acqua della non continuità slava ogni traccia visibile lasciata da te. Anche se non può strappare i solchi fecondi del cuore, sempre straripanti di presenze.

Ho studiato tanto. Mi appassionavo, curioso e bisognoso di sapere. Ho insegnato con gioia, per creare bellezza e menti aperte. In realtà la vita mi riservava un misterioso “cantiere umano”, attraversato da un travaglio interminabile e inebriante. Era il Passaggio di Dio per me.

Ho comunicato con un numero indicibile di persone. Mi compaiono, in certi momenti nitidi e intrisi di “memoria”, volti e volti e volti. Ritrovo “lettere esagerate di freschezza e di dolore”. Alcune poche che non ho avuto il coraggio di affidare alla fiamma.

Ho ascoltato “faticosissimi silenzi” e “lacrime inappagate”; felicità esuberanti e irresistibili, assieme a percorsi misteriosi e sudati giorno dopo giorno; bisogni malcelati o balbettatanti di Gesù, Fascino sempre in agguato lungo i tornanti delle nostre esistenze.

Ho sempre parlato di tutto ciò che conoscevo, di ciò che mi pareva utile e dolce ad essere trasmesso. L’ho fatto con forza, con convinzione, senza remore, né linguistiche né emotive. Perché ho sempre sentito incombere come un bisogno il grido di Paolo: “Guai a me se non annunciassi e se Gesù, che amo sentendomi infinitamente riamato, come un mendicante meschino e accolto, non diventasse la ragione di ciò che dico e vivo”.

In questa delicata stagione autunnale, abbagliata dagli ultimi intensissimi colori dei giorni e dei momenti, continuo ad essere me stesso. Incomprensibile per molti, fastidioso per tanti, antipatico per un certo numero (forse più elevato di quanto possa immaginare!). Anche voluto bene da uno, da tre, da mille. Cosa importa? Amato e contestato. Cercato e ignorato. Usato e smesso. Valorizzato e messo da parte. Inservibile: “servo inutile”, direbbe Gesù. Cosa importa? Ogni piccolo amore è una grazia di tenerezza indescrivibile. Ogni prova è un rimescolamento che mi ributta nel crogiuolo della fonditura. Esisto. Ne sono felice. Riconoscente come un bambino che inizia a respirare con i suoi polmoni. La vita mi appare, a volte, come una scala mobile che viene a mancarmi sotto i piedi. Il tempo bruciato dalle luci e dalle ombre. Preziosissimo. Ancora lunghissimo, anche se fosse solo un giorno, un attimo. Un respiro basta per un abbraccio infinito.

Perché questa “finestra” a più lunga gittata? Per il divino bisogno di prossimità, così come l’ho appreso da Gesù, il Maestro. Immagino quei minimi germogli di querce che sbucano dal terreno per incanto. Sono il primo vagito di una ghianda caduta per caso e che si apre proprio lì e proprio perché io la veda e contemplandola mi accorga che cresce la speranza. Se qualche parola entra attraverso la feritoia  impercettibile di un cuore e lo riscalda, avete pienamente colto il significato dell’esserci anche con questo alfabeto.

 

Don Mario Simula

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