Vivere  il  Giubileo...

 

 

 

 

 

 

IL MIO GIUBILEO ANONIMO

 

Quando in un giorno anonimo di questo Anno giubilare, passerò per quella porta santa, mi ritroverò solo con me stesso, anonimo anch’io, davanti alla verità della mia persona.
Mi passeranno, davanti agli occhi dell’anima, le sequenze della mia vita: quelle colorate di bene e di docile adesione al Signore e quelle, tante, che volentieri censurerei dal mio vissuto.
Non avverrà di certo questo “giudizio” tra me e me stesso. Sarebbe l’ennesimo atto di presunzione della mia vita col quale sancirei il diritto sacrosanto e inalienabile di essere misura e senso della mia persona. Resterei l’anonimo pellegrino che attraversa la soglia e non prova né gioia né disperazione. Semplicemente si guarda, con apparente distacco, e cerca di usufruire dell’occasione per sistemare qualche conto in sospeso con Dio e con la propria coscienza. Sapendo che la coscienza c’entra davvero. Non c’entra invece e per niente Dio, in un affare cosi autoreferenziale, chiuso dentro di me.
Se, però, attraverserò quella soglia con la consapevolezza che per Dio non sono un “anonimo”, il numero tremiladuecentoventi, collocato in mezzo ad altri due, l’esperienza si fa diversa.
Due braccia, quella paterna e quella materna di Dio, mi accolgono. Entro e mi ritrovo nell’atmosfera della misericordia e della consolazione.
Non è vero che, per quanto riguarda l’anima, i “fatti sono miei”. Non è un fatto privato che io scappi di casa. Non lo è nemmeno usare la casa come “albergo della salvezza”. Il mio cuore e la mia anima e la mia persona “stanno a cuore”, interessano a Dio.
Entrare per quella porta è un salto mortale triplo nel mare  della logica amorosa di Dio.
Questo mi sconcerta: che io e Dio non siamo diversi perché abbiamo un modo diverso di vedere e di interpretare la storia, gli avvenimenti, le circostanze della vita. Siamo diversi perché non ci intendiamo sul modo di amare.
Il mio “taccagno”, calcolato, al risparmio, mai troppo, mai tutto.
Il suo sconfinato, senza iscrizioni per poterne usufruire, senza “offerte migliori”, perché la sua offerta è già il massimo del dono.
Il mio amore è inevitabilmente condizionato dai se e i ma che metto avanti ogni volta.
Il suo è piegato sulla mia persona e da essa  e dalla sua miseria parte, per tradursi in risposta.
Posso entrare attraverso quella porta e continuare a cercare, girovago, me stesso. Ignaro della meta  che è Dio e della proposta che mi viene da Dio. Quindi ancora prigioniero. Se esco significa che sto scappando col miserabile “bagaglio appresso” della mia storia. Oppure mi sento come chi ha fatto bene la dichiarazione dei redditi e paga le sue tasse. Certamente non per amore.
Se però entro e piegando le ginocchia e l’orgoglio mi lascio incontrare da Gesù, la Porta vera e sicura, mi imbatto con l’Amore inatteso del Padre e inizio a comprenderlo, anche se è diverso dal mio amore. Gesù mi accoglie, mi guida verso me stesso, mi riabilita alla verità scomoda del cuore e mi fa toccare con mano che Dio è premura, amabilità, tenerezza.
In quel momento comprenderò che non devo fare propositi per una vita nuova, ma semplicemente seguire i suggerimenti esistenziali dell’Amore così vincolanti da cambiarmi la vita e i pensieri.
Uscire, diventa, dopo questo abbraccio, un imperativo. Devo uscire, per raccontare le meraviglie che Dio ha compiuto.
Entrerò ancora per prendere fiato, energia e benevolenza. E poi uscirò di nuovo.
Sarà chiara la mia vocazione: Dio mi rigenera ogni giorno nella misericordia, per essere misericordia dappertutto e con tutti.
Altro senso quella porta non riesce ad avere nella mia vita.
Si entra per portare “ogni mondo” e si esce per andare “ad ogni mondo”.

 

 

Don Mario Simula

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